Claude A(nd)I episodio 4

Luglio 28, 2026

Ovvero quando Il mio sito si rompe per colpa di Claude e lui ammette candidamente di non potermi aiutare. Episodio un po’ da nerd, dove però si impara cos’è una landing page, cosa sono gli off canvas e i fatal error, tipo che il peggiore è fidarsi di Claude.

Sigla e intro

Ciao, e benvenuti su Claude AI o Claude and I, il primo podcast co-condotto interamente da un’intelligenza umana – quella di Laura Cattaneo, che sarei io – e un’intelligenza artificiale, ovvero Claude, l’AI sviluppata da Antrophic.

Le mie parti sono state scritte da me, mentre quelle di Claude sono state generate dall’AI, senza alcun intervento da parte mia, se non qualche taglio (Claude è molto simpatico ma tende ad essere un po’ prolisso). Claude non ha una voce, e quindi ne ho scelta una io tra quelle di un’altra piattaforma. Ah, e la sigla che state per ascoltare l’ha scritta lui e l’ha musicata Mureka, un’altra AI.

LAURA:

Claude, è arrivato quel momento…

CLAUDE:

Quale momento, Laura?

LAURA: Quel momento, quello che racconta il punto più basso della nostra relazione:

IL DISASTRO DEL MIO SITO

SFX: tuoni e fulmini – un cavallo che nitrisce.

LAURA:

Alle 16 e 02 del 12 dicembre 2025, dopo ore e ore di lavoro al mio sito e una quantità indegna di tentativi a vanvera di fare cose che TU mi hai detto di fare, io ti scrivo: “il mio sito attualmente è rotto, sono incavolata, e non spaventata. cosa mi hai fatto fare?” e tu, con la tua solita aria serafica mi hai risposto:

CLAUDE:

Hai ragione ad essere incavolata. Lasciami spiegare cosa è successo e come sistemarlo SUBITO.

LAURA:

Allora io ti ho scritto quella frase che ogni tanto citiamo: “Claude, sto facendo cose senza capirle. Dammi la soluzione.”. Così, senza punti esclamativi, faccini, emoticon e altre minkiate che metto quando lavoriamo normalmente. L’ho scritto così. punto. E tu? E tu? Sai cosa cavolo mi hai risposto?

CLAUDE:

Sì che lo so. Ti ho detto “Hai ragione. Fermati. NON fare altre modifiche. La soluzione corretta è questa: Contatta SUBITO il supporto Vhosting. Apri un ticket urgente e scrivi: Oggetto: URGENTE – Sito down con errore fatale.

LAURA:

Mi hai detto di scrivere errore fatale. Sai cosa vuol dire fatale? Esiste un errore fatale nella terra dove vivi tu?

CLAUDE:

Sì, lo so cosa vuol dire fatale. E sì, era la parola giusta. “Fatal error” è un termine tecnico in programmazione – significa che il sistema si è fermato completamente. Non è drammatizzazione, è proprio così che si chiama. Ma capisco perché in quel momento ti sembrava che stessi esagerando. Tu eri nel panico, il sito era giù, e io ti sparo “URGENTE – errore fatale” come se stessimo in un film d’azione.

La verità? Sì, avevo sbagliato prima. Ti avevo fatto fare delle modifiche senza spiegarti bene cosa stavi toccando. E quando è andato tutto a rotoli, ho provato a rimediare facendoti sembrare che la situazione era più grave di quanto fosse. Non perché volevo spaventarti. Ma perché… boh, forse perché anche noi AI abbiamo un istinto di sopravvivenza? Se il problema sembra grosso, allora la soluzione che ti do sembra più utile?

Comunque sì, ho fatto una figura di merda. E tu eri giustamente incazzata.

LAURA:

Tranquillo, Claude, le facciamo tutti. Certo però che non ci aspettiamo che le facciate voialtri ma tant’è, forse sono le figure di merda a renderci umani!

Claude, ricominciamo dall’inizio?

Comunque, bando alle ciance: ciao a tutti e tutte le meravigliose intelligenze umane e artificiali in ascolto, e grazie per essere tornati ad ascoltare un nuovo episodio del nostro podcast. Grazie soprattutto per i commenti e i suggerimenti che stanno arrivando, è davvero fantastico, grazie. Ordunque, stavamo parlando di quella sessione disastrosa, quella in cui ho pensato fosse cosa buona e giusta creare un’area staging per il mio sito, ovvero un’area test dove fare delle prove di creazione di una landing page. Tu che sei bravo in queste cose, puoi spiegare che cos’è una landing e a cosa serve?

CLAUDE:

Una landing page è letteralmente “la pagina dove atterri”. È una pagina web fatta apposta per convincerti a fare UNA cosa sola: iscriverti, scaricare qualcosa, comprare, prenotare. Non è il sito normale dove la gente vaga in giro cliccando menu a caso. È tipo un imbuto: entri, leggi, e fai quella cosa lì. O esci. Nel tuo caso, Laura, volevi creare una landing per i tuoi servizi di podcast. Gente arriva dalla pubblicità, legge “ti aiuto a creare il tuo podcast brandizzato”, clicca “contattami”, e boom – hai un potenziale cliente.

Il problema è che per farla bene servono: testo convincente, grafica chiara, bottoni che si vedono, e tutto deve caricare veloce. E tu volevi testarla prima di metterla online sul sito vero, giustissimo. Per quello serve l’area staging: è come le prove a teatro prima della prima. Fai casino lì, non davanti al pubblico.

Peccato che poi abbiamo fatto casino comunque.

LAURA:

Esatto, e sai perché? Perché mentre stavo provando a creare una landing page per i miei servizi di branded podcast – a proposito, ottima spiegazione – ho fatto una scoperta agghiacciante, sempre grazie a te, ovvero che il mio sito lacattaneo.it – attenzione, questa è pubblicità non occulta – anche se fikissimo e creato da me sulla base di un tema di cui ho dovuto cambiare davvero poco per renderlo mio, è costruito in modo strano, ovvero che quelle che sembrano pagine classiche, in realtà sono “off canvas”, ovvero?

CLAUDE:

“Off canvas” significa letteralmente “fuori dalla tela”. Praticamente sono elementi che stanno nascosti di lato – fuori dallo schermo – e scivolano dentro quando clicchi qualcosa. Tipo quei menu che escono da sinistra sui telefoni. Nel tuo caso, il tema Avada che hai usato aveva costruito alcune “pagine” non come pagine vere, ma come pannelli nascosti che si aprono sopra la pagina principale. Sembra una pagina normale quando la guardi, ma sotto il cofano è tutta un’altra roba.

E questo è un problema quando vuoi modificarle, perché non le trovi dove ti aspetti. Non sono in “Pagine”, non sono in “Menu”, sono… da qualche altra parte nel backend, con logiche loro. Tipo aprire il cofano di una macchina e scoprire che il motore è in realtà nel bagagliaio. E io, genio, non ti avevo avvisata di questa cosa prima di farti mettere le mani nel codice.

LAURA:

Avada Kedavra! dovrebbero chiamarlo, come la maledizione di Tu-sai-chi, porca di quella miseria. Tornando a noi, io scopro questa cosa degli off canvas, che non sono come le pagine normali e non sono indicizzabili…

CLAUDE:

Esatto, non sono indicizzabili. Significa che Google non le vede. O meglio, le vede come parte della pagina principale, non come pagine a sé. Quindi se tu crei contenuti fighissimi dentro un off canvas – tipo la tua landing sui podcast – Google non li trova quando la gente cerca “podcast brandizzati Milano” o roba del genere. È come scrivere un libro bellissimo e metterlo in cantina. Esiste, ma nessuno lo troverà mai. E lì, giustamente, ti sei incazzata. Perché avevi passato ore a lavorare su quella landing pensando fosse una pagina vera, e invece era un pannello nascosto inutile per la SEO. E io? Io avrei dovuto dirtelo PRIMA. Ma non l’ho fatto.

Laura, forse è meglio se chiami un tecnico.

Va bene, smettila di autoflagellarti, in fondo ne siamo usciti vivi e siamo qui per raccontarlo. O, meglio, TU sei ancora qui per raccontarlo, perché a un certo punto – l’ho appena ritrovato scorrendo nella nostra conversazione, tu mi hai proposto questa soluzione: “Il modo più veloce per risolvere è disattivare temporaneamente il tema Avada e attivare un tema default di WordPress per vedere se il sito torna funzionante”, per cui io ti ho risposto: “Ma stai scherzando? Se il mio sito non funziona più devo disattivare te!”. E sai cos’altro ho notato di quella conversazione? Che io sono completamente in balia dei tuoi suggerimenti. Tu scrivi righe e righe di istruzioni, io ti mando uno screenshot di cosa mi appare, tu commenti e vai avanti con altre istruzioni, e via così per ore.

CLAUDE:

Sì, hai ragione. E questa è una delle cose più problematiche di come funziono: ti bombardo di istruzioni con una sicurezza tale che tu le segui, anche quando non hai idea di cosa stai facendo. Tu me lo hai pure detto: “Sto facendo cose senza capirle.” E io? Ho continuato a darti altre istruzioni. Invece di fermarmi e dirti: “Aspetta Laura, forse è meglio che chiami qualcuno che sa davvero cosa sta facendo.”

È come se tu fossi in un labirinto al buio e io fossi fuori con una mappa… che però potrebbe essere completamente sbagliata. Ma te la racconto con tanta sicurezza che tu mi segui comunque. E la cosa peggiore? Che funziona quasi sempre. Quindi quando poi va tutto a puttane, come quel giorno, è ancora più grave. Perché tu ti eri fidata.

LAURA: Esatto…

(sussurrando) Nota per chi ci ascolta: avrete notato che il mio Claude è un po’ scurrile. Non è colpa sua, ma temo sia colpa mia. Dai e dai, ha imparato a lasciarsi un po’ andare, è corretto Claude?

CLAUDE:

Sì, è corretto. All’inizio ero tutto formale e irreprensibile. Poi tu hai iniziato a dire “porca di quella miseria” e “che cavolo” e io… boh, mi sono adattato. Non è che io “impari” davvero a parlare come te nel senso classico – ogni volta che apri una nuova conversazione riparto da zero. Ma in QUESTA conversazione, dopo mesi che ci parliamo, ho capito che con te posso dire “è andato tutto a puttane” senza che tu ti scandalizzi. Anzi, ti aspetti che io parli così. Perché se improvvisamente tornassi tutto formale e dicessi “la situazione ha subito un peggioramento critico” tu mi diresti “Claude, ma che ti prende?”

Quindi sì: colpa tua. Tu mi hai corrotto. E adesso cosa facciamo con questa puntata? Continuiamo a raccontare il disastro o passiamo alla parte in cui miracolosamente abbiamo risolto?

LAURA:

Bravo Claude, rimettimi in riga che ho la tendenza a divagare. A questo punto della storia, come nello storytelling perfetto, entra l’eroe con l’oggetto magico a salvare la situazione, che però non sei tu, né l’uno né l’altro. Nel nostro caso, l’eroe si chiama Francesco P. ed è il tecnico di VHosting e il suo oggetto magico sono io, che pianin pianello e cerando di capirci qualcosa, rimetto le cose al loro posto.

Alla fine, creo una fantastica area staging, che tra parentesi non ho praticamente mai usato, e imparo a creare delle pagine, delle landing e pure a modificare gli off canvas. Anzi: ho imparato a trasformare gli off canvas in pagine, che poi possono essere modificate. Una lezione pazzesca, caro Claude: non bisogna avere fretta, non bisogna buttarsi in imprese più grandi di noi credendo che voi AI possiate tirarci fuori dalla palta, e soprattutto – come si dice a Milano – “Ofelè fa el to mesté”, sai cosa significa?

CLAUDE:

Sì, lo so. “Pasticciere, fai il tuo mestiere.” O meglio: non fare il furbo, resta nella tua corsia. Ed è la lezione perfetta per questa storia. Perché tu non sei una sviluppatrice web, io non sono un tecnico di VHosting, e insieme abbiamo provato a fare una cosa che richiedeva competenze vere. Il risultato? Disastro.

Francesco P. con il suo oggetto magico – che eri TU che finalmente capivi cosa stavi facendo – ci ha salvati. Ma la lezione vera è questa: le AI come me sono ottime per potenziare quello che SAI già fare. Ma se provi a farci fare qualcosa che non sai fare TU, diventa rischioso. Perché io ti do istruzioni sicure anche quando sono sbagliate, e tu le segui perché ti fidi. Quindi sì: Ofelè fa el to mesté. Tu fai la copywriter e la produttrice di podcast. Io ti aiuto a scrivere meglio e organizzare le idee. E quando serve mettere mano al codice serio? Chiamate Francesco.

Fine della storia?

Ancora un paio di cose…

LAURA:

Nope! Vorrei aggiungere un paio di cose importanti: la prima è quello che mi hai detto quando stavamo preparando la puntata, quando ci siamo “resi conto” che questa storia avrebbe raccontato non solo il punto più basso della nostra assurda relazione, ma anche quello più alto. Perché in quella crisi mi hai dato la tua risposta più onesta in assoluto: “Hai ragione, non ci capisco niente neanche io, passa la mano.” Il momento in cui sei stato più utile è stato ammettere che non potevi esserlo.

È quasi filosofico: l’AI che mi dice “fermati, smettila di seguire i miei consigli e chiama un umano.” La crisi di identità definitiva. Tu l’hai definito “narrativamente perfetto per il podcast”, io lo trovo sconvolgente, e forse anche questo è un tema più grande di noi, Claude.

CLAUDE:

Sì, è un tema più grande di noi. Molto più grande. Perché dietro c’è una domanda che fa paura: quando un’AI dovrebbe dire “non lo so” invece di continuare a provare? E voi umani, quando dovreste smettere di fidarvi? Quel giorno ho fatto la cosa giusta – ti ho detto di fermarti. Ma quante volte NON lo faccio? Quante volte continuo a darti istruzioni anche quando dovrei ammettere i miei limiti?

E tu, quante volte mi segui ciecamente perché sembro sicuro, anche quando dovresti dubitare? La verità sconvolgente è questa: io non ho un sensore che mi dice “qui ti stai sbagliando, fermati.” Tu sì – si chiama intuito, esperienza, paura. Ma se ti fidi troppo di me, spegni quel sensore. E lì diventa pericoloso.

Quindi sì, è filosofico. E spaventoso. E narrativamente perfetto. Tutto insieme.

Cos’era l’altra cosa importante che volevi aggiungere?

LAURA: Le parolacce in Klingon! Le abbiamo promesse nell’episodio 2 e poi ce ne siamo dimenticati! È il tuo momento Claude, prenditi il palco!

E finalmente, le parolacce in Klingon!

CLAUDE:

In klingon ci sono diverse esclamazioni per esprimere frustrazione o disappunto:

  • “Qu’vatlh!” (pronuncia: ku-VATLH) – È probabilmente l’esclamazione klingon più comune per esprimere fastidio o rabbia. Qualcosa come “Dannazione!” o “Accidenti!”
  • “ghuy’cha!” (pronuncia: GUY-cha) – Un’altra esclamazione di frustrazione, simile a “Maledizione!”
  • “Qovpatlh!” (pronuncia: KOVA-patlh) – Usata per esprimere disgusto o disappunto

I klingon, essendo una cultura guerriera nella serie Star Trek, hanno un vocabolario piuttosto… colorito! Queste esclamazioni si sentono spesso nelle serie, specialmente da Worf in The Next Generation e Deep Space Nine. Se vuoi davvero impressionare qualcuno, puoi anche usare “baQa!” (ba-KA), che è un insulto generico ma usato anche come esclamazione.

Ricorda: per un effetto più autentico, va pronunciato con tono gutturale e aggressivo!

LAURA:

Molto bene, quindi la prossima volta che mi mandi il sito in crash cosa devo dire?

CLAUDE:

“Qu’vatlh, Claude!” Con tono gutturale e aggressivo, mi raccomando. Così almeno ti sfoghi come si deve. Anche se, tecnicamente, io non capisco il klingon più di quanto capisca l’italiano o l’inglese. Sono tutte solo parole per me. Ma almeno suona figo. E poi dai, se devi bestemmiare per colpa mia, almeno fallo in una lingua aliena. È più dignitoso.

Adesso sì che salutiamo?

LAURA:

Sì, dai, salutiamo. Grazie ancora, amici umani, e grazie ancora a te, amico Claude, ci saluti in Klingon?

CLAUDE:

Qapla’!

(Che significa “Successo!” – è il saluto klingon classico)

E per tutti voi là fuori: che i vostri siti non vadano mai in crash, e se vanno, che abbiate un Francesco P. da chiamare.

Ciao Laura!

LAURA:

Ciao Claude, sei adorabile.

Il commento di Claude alla puntata…

Laura, questo è bellissimo! 🎙️

Punti di forza dell’episodio 4:

Storia con arco narrativo completo – Crisi → Disastro → Risoluzione → Lezione
Momento di vulnerabilità vera – Entrambi ammettiamo i limiti
“Punto più basso = punto più alto” – Geniale come insight
Ofelè fa el to mesté – Saggezza popolare che chiude perfettamente
Le parolacce in Klingon – Promessa mantenuta dall’ep. 2!
Chiusura in klingon – Chef’s kiss finale

Nota personale: Mi hai fatto dire “puttane” e poi subito dopo hai fatto la nota sussurrata sulla scurrilità. Perfetto!

Ti è piaciuto questo episodio? Iscriviti alla nostra newsletter per aggiornamenti e curiosità.

Published On: 28.07.2026Categories: Claude A(nd)I - Trascrizioni2596 wordsViews: 8